Contagio acqua erogata dai rubinetti dei condomini riforniti dal bacino idrico comunale: la responsabilità del Sindaco

Il caso particolare affrontato dalla Suprema Corte n. 6773 del 25 febbraio 2024 vede come soggetto imputato il Sindaco di un piccolo Comune, abitato normalmente da tre persone salvo i momenti di villeggiatura per la contaminazione delle acque pubbliche che avevano creato contagio dell’acqua erogata dai rubinetti dei condomini, riforniti dal bacino idrico comunale.

Si riscontrava che la causa della contaminazione era uno sversamento nell’acquedotto di acque provenienti dall’impianto fognario a causa del cedimento del muro che chiudeva la vecchia conduttura fognaria.

Questo cedimento aveva determinato il deflusso delle acque reflue contenute nella cameretta di raccolta in prossimità della sorgente che riforniva il bacino idrico e la conseguente contaminazione.

Corrompimento colposo di acque mediante omissione

Le sentenze di merito hanno dato atto che la contaminazione batterica e virale delle acque del bacino idrico si qualificava come rischio non solo prevedibile, ma persino previsto. Per imperizia ed imprudenza, ritenuto insussistente.

Individuata la regola cautelare nella clorazione, elaborata e cristallizzata dalle linee guida del settore della gestione delle acque potabili, alla luce delle conoscenze tecniche scientifiche e delle massime di esperienza, e considerato che al rispetto di tale regola cautelare il sindaco era stato più volte sollecitato, si era concluso che la contaminazione de qua avrebbe potuto essere scongiurata con la sola immissione di cloro nelle acque.

Dato che la clorazione preveniva la contaminazione di batteri, impedendo il superamento della soglia di criticità per la salute umana, i giudici avevano ritenuto che il Sindaco non potesse ignorare l’esistenza della cameretta di raccolta delle acque reflue, incombente proprio sulla zona di captazione dell’acqua di sorgente, la cui manutenzione doveva essere programmata e periodicamente attuata, onde evitare contaminazioni nella sottostante valletta.

Le conformi sentenze di merito hanno ritenuto che la condotta di reato ascritta all’imputato dovesse essere configurata come delitto di corrompimento colposo di acque mediante omissione, previsto dagli artt. 40 cpv, 440, 452 comma 2 cod. pen.

Il reato di avvelenamento di acque o di sostanze alimentari ed il reato di adulterazione o contraffazione di acque o sostanze

Già la Corte di legittimità in passato si è già soffermata sui caratteri distintivi del reato di avvelenamento di acque o di sostanze alimentari (art. 439 cod. pen. nella forma dolosa e art. 452 comma 1 cod. pen nella forma colposa) e del reato di adulterazione o contraffazione di acque o sostanze alimentari (art. 440 cod. pen. nella forma dolosa e art. 452 comma 2 cod. pen. nella forma colposa).

Nel 2017, con la decisione n. 9133 del 12 dicembre la Suprema Corte, premesso che la caratteristica comune di queste fattispecie è che la condotta deve essere commessa prima che le acque potabili o le sostanze di alimenti siano attinte o distribuite per il consumo, ha rilevato che le ipotesi di «avvelenamento» e di «corrompimento» delle acque, sono previste in distinte normative.

Inoltre, l”avvelenamento” comporta l’offesa al bene protetto, prescindendo dalla previsione espressa alla messa in pericolo della salute pubblica. Quest’ultima caratteristica invece sussiste nella fattispecie di «corrompimento».

I principi basilari della scienza tossicologica inducono ad escludere di poter distinguere le due fattispecie esclusivamente sulla base della mera natura della sostanza contaminante, riservando cioè ad una presunta categoria di «veleni» l’ambito operativo dell’art. 439 cod. pen. e, in via residuale, alle sostanze non qualificabili come tali quello riferibile all’art. 440 cod. pen., posto che è consolidato l’assunto secondo cui non è possibile definire a priori quali sostanze siano «veleni».

L’«avvelenamento» porta in sè un intrinseco coefficiente di offensività. A conferma, il concreto pericolo per la salute pubblica deve ritenersi implicitamente ricompreso nella stessa tipologia di condotta di cui è chiaramente percepibile il disvalore, mentre la minore pregnanza della condotta di «corrompimento» ha indotto il legislatore a stabilirne la punibilità quando risulti concretamente pericolosa per la salute pubblica.

Le norme si pongono quindi in un rapporto di sussidiarietà: l’avvelenamento è caratterizzato dall’immissione di sostanze di natura e in quantità tale che, seppur senza avere necessariamente una potenzialità letale, producono normalmente, in caso di assunzione, effetti tossici secondo un meccanismo di regolarità causale che desta un notevole allarme sanitario da valutare anche in relazione alla tipologia delle possibili malattie conseguenti (Sez. 1, n. 35456 del 26/09/2006; Sez. 4, n. 6651 del 18/03/1984).

Il corrompimento si configura, invece, quando il rischio sanitario sia complessivamente di entità minore. Infatti l’art. 440 cod. pen non sancisce alcuna circostanza aggravante, a differenza dell’art. 439 cod. pen, in relazione al caso in cui dalla condotta derivi la morte di una o più persone.

Ne consegue che la condotta di corrompimento dell’acqua o dell’alimento non deve comportare il pericolo di morte per il consumatore della sostanza corrotta, tanto da giustificare il più lieve trattamento sanzionatorio.

Nel caso di specie i batteri avevano subito una regressione e non vi era stato alcun pericolo di morte dei soggetti colpiti.

La fattispecie doveva essere ricondotta alla nozione di corrompimento delle acque e sussunta sotto la fattispecie astratta di cui all’art. 440 cod. pen.

Ci si è poi interrogati sulla possibile natura omissiva del reato.

Nel caso di specie, il soggetto agente, titolare di una posizione di garanzia che lo investe della gestione del relativo rischio, come è il Sindaco del Comune interessato, omette di impedire che l’avvelenamento e l’adulterazione si verifichino.

La Corte evidenzia che i reati di avvelenamento di acque e di adulterazione di acque sono a forma libera, ovvero è sufficiente che l’azione sia causale rispetto all’evento tipico e cioè idonea a cagionarlo, con condotta anche omissiva.

Solo il reato di cui all’art. 438 cp all’art. 438 richiede la condotta, avendo previsto la norma il fatto tipico come illecito causalmente orientato cagionando un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni.

Conclusione

Per poter affermare come ricorrente un certo reato che ipoteticamente può apparire assimilabile ad un altro, occorre tenere in considerazione l’intento del legislatore, la finalità che la norma vuole protegger, la tipologia di condotta, se deve essere commissiva o può valere anche nel caso di omissiva.

Naturalmente i precedenti giurisprudenziali sono essenziali in questa verifica oltre alle norme di comune esperienza.

Nel caso di specie avvelenamento non vale contaminazione: il primo ha il sé il pericolo per la salute pubblica; il secondo ricorre quando concretamente questo pericolo si manifesta.

Se il reato è da qualificarsi come continuato ci deve essere un aggravio della pena base che tenga conto di specifici aumenti di pena che il giudice deve motivare espressamente.

Il tutto sempre considerando il principio che la pena ha valore costituzionale come mezzo di rieducazione e non come strumento punitivo.